Cenni (Pd): “Con la diminuzione degli psicologi nelle carceri peggiora la vivibilità nelle strutture penitenziarie”

“Diminuire il numero di psicologi nelle nostra carceri, dove il sovraffollamento, la carenza di organico sono problemi aperti è un’ulteriore colpo alla vivibilità nelle strutture penitenziarie”. Lo afferma Susanna Cenni, parlamentare del Partito democratico, in un’interrogazione presentata nei giorni scorsi insieme a Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella Commissione giustizia della Camera, e indirizzata al Ministro della giustizia e al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali. “Al governo – spiega Cenni – chiediamo quali iniziative urgenti intenda assumere per consentire il passaggio al Servizio sanitario nazionale degli “esperti psicologi”, riconoscendo l’attività sanitaria anche nei confronti dei detenuti non tossicodipendenti, ma ugualmente bisognosi di terapie adeguate.

“Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1 aprile 2008 – ricostruisce la vicenda Susanna Cenni – ha definitivamente sancito il passaggio della funzione sanitaria penitenziaria alle Asl, escludendo, però, gli psicologi che non si occupano di tossicodipendenza e che lavorano nelle carceri dal 1978. Questa scelta è stata motivata dal fatto che tali professionisti non svolgono attività sanitaria. In realtà, la natura sanitaria della professione è sancita dall’Ordinamento degli psicologi e riconosciuta dalla stesso Ministero della giustizia, che riconosce le prestazioni degli “esperti psicologi” come sanitarie sotto il profilo fiscale. Ne risulta una situazione paradossale, in cui i tossicodipendenti hanno diritto al sostegno psicologico, mentre restano senza accesso a interventi di prevenzione e assistenza tutti gli altri. In più, questa linea, ha determinato di fatto, molti lavoratori precari da oltre trent’anni”.

“Secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – continua la parlamentare – ad agosto scorso i detenuti nelle nostre carceri erano 63.587. Il problema del sovraffollamento è reale e porta con sé ulteriori difficoltà: quelle legate alla convivenza, alla qualità della detenzione, alla sicurezza sia di chi lavora nei penitenziari, che dei detenuti, verso gli altri e verso se stessi. L’obiettivo è quello di arrivare a un sistema penale in cui lo psicologo diventi parte integrante dell’istituzione penitenziaria, anche dal punto di vista della stabilizzazione lavorativa e di una retribuzione congrua e dignitosa delle professionalità e delle competenze acquisite, ma anche delle difficoltà e della delicatezza delle attività svolte”.

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