Deflagrazioni

 

È un termine che spesso, troppo spesso, in questi giorni è rimbalzato nella mia mente, rotolato tra le mie parole.

Siamo alla vigilia di quella che sarà la sessione di Bilancio, la messa a punto dell’ultima legge di bilancio della legislatura. La nota di aggiornamento al Def è il presupposto sul quale la legge si produrrà. In queste settimane si sono svolte le discussioni contemporanee nelle commissioni bilancio della Camera e martedì le audizioni di Istat, Corte dei Conti, Banca d’Italia e dello stesso Ministro Padoan.

Sappiamo che dopo anni durissimi possiamo finalmente registrare alcune novità positive su crescita e occupazione, pur sapendo che sono segnali con limiti e che l’occupazione è in gran parte relativa ai nuovi contratti a tempo determinato e che occorre fare di più. Due mi erano sembrate le cose importanti: l’incontro di una delegazione di MDP e Campo Progressista con il Presidente Gentiloni, e la disponibilità che martedì mattina il Ministro Padoan ha confermato per misure di rilievo da inserire in legge di Bilancio, su lavoro, povertà e salute.

Nonostante questo Mdp ha, inspiegabilmente, di fatto compiuto una scelta di rottura e di uscita dalla maggioranza.  Una scelta che temo abbia più a che fare con la legge elettorale che arriverà in aula la prossima settimana, che con quella che sarà la legge di Bilancio.

Ho ostinatamente anche io, in questi anni, fatto e detto tutto ciò che era nelle mie piccole e limitate possibilità per costruire ponti tra il Pd e quanto esiste alla nostra sinistra, nella convinzione che le fratture finiranno solo per favorire i nostri avversari. Continuo a pensare che non ci si debba arrendere a una divisione insanabile, ma ritengo anche poco comprensibile la scelta di queste giorni: un voto sul discostamento dal pareggio, un non voto sulla risoluzione.

Non so se la prossima settimana riusciremo ad approvare il nuovo testo di legge elettorale, io lo spero e credo sia stato serio e giusto provare a trovare un accordo su un nuovo testo. Io lo ritengo un testo migliore di ciò che resta dell’Italicum e credo che vada fatto ogni sforzo per allargare quel consenso e perfezionare tutto ciò che può rafforzare la costruzione di una coalizione di centrosinistra.

Ciò che abbiamo visto domenica scorsa attraverso le tv a Barcellona induceva a pensare ad altre epoche storiche, a vicenda allocabili in centro America, o forse nella Turchia in cui la democrazia e il pluralismo sembrano sospese e, invece, eravamo proprio nella civile e vicina Spagna, dove la Guardia Civil manganellava persone in fila per un voto e spaccava porte per impedire quel voto in alcuni seggi.

Un improbabile referendum autoconvocato, una sorta di secessione anticostituzionale con le schede stampabili presso il proprio domicilio. Niente di regolare, di riconoscibile istituzionalmente promosso da leader dotati di una cifra di irresponsabilità.

Centinaia di persone finite in ospedale, ferite. Alcuni fermi.

Poi una Piazza de Catalunya colma di persone in attesa dei risultati.

Ma possibile che tutto ciò sia giunto a quel punto? Possibile che i mesi, gli anni non abbiano visto una sufficiente interlocuzione tra lo Stato spagnolo, la Catalogna e i dirigenti di quella Regione? Possibile che non sia stata perseguita ogni strada nel vasto repertorio delle relazioni istituzionali, politiche e democratiche?

Impressionanti e pesantissimi sono stati i silenzi in quelle ore. Quelli del Re, che in altri momenti storici ha fatto la differenza difendendo la democrazia, giunto solo un giorno fa, dopo lo sciopero generale, quelli dell’Unione europea e dei suoi vertici. Colpevole l’atteggiamento del Premier spagnolo che è passato dalla ragione al torto inviando la Guardia Civil e che con quel gesto ha indubbiamente contribuito anche ad accrescere il numero dei votanti.

E adesso cosa accadrà? Non solo nella civile Spagna.

Un precedente pericoloso che, come alcuni osservatori hanno ricordato, non può vedere un’Europa flirtare con la Scozia che vorrebbe restare in UE dopo la Brexit un giorno e tacere sulla vicenda Catalana un altro.

Rilanciare il sogno europeo significa anche metter mano alle tendenze deflagranti in atto nei singoli Stati.

Poi ci siamo noi. C’è il Pd senese.

Da giorni e giorni i conflitti, le guerre intestine, sono sui giornali. Scontri più personali che politici. Scontri capaci di generare distruzione.

Distruzione di credibilità e del senso di comunità.

Sono tanti i candidati. Direi troppi, in modo particolare per il congresso provinciale e per quello del capoluogo.

Intendiamoci tutte persone degne, autorevoli, ognuno e ognuna con la propria storia recente o passata. Ma alla domanda “Cosa è il Pd senese oggi?” Come possiamo rispondere? Penso sia difficile rispondere perché troppo ci riporta a singole personalità, a gruppi nati attorno a candidature ed è poco, troppo poco, per fare un partito. C’è qualcosa in tutto ciò, purtroppo conseguenza della storia di questi anni, dello sgretolamento di organizzazione, strutture, del calo degli iscritti, di iniziativa politica troppo schiacciata sul Governo e troppo assente da tutto il resto.

Saremo capaci di ricostruire una comunità coesa? Una comunità capace non solo di mobilitarsi per candidature e congressi, ma di dire la propria su tutto, su ambiente, immigrazione, diseguaglianze, politiche sociali, lavoro e quant’altro?

Io lo spero, perché non vedo altra strada se non quella di rimboccarsi le maniche con umiltà e capacità innovativa.

Io questa strada la vedo nel lavoro impostato da un giovane dirigente della Val d’Orcia, Andrea Valenti, nella sua piattaforma programmatica, nella semplicità e nel garbo, nella volontà con cui ogni giorno ci ricorda le sue idee, le sue proposte, nella generosità con cui, finito il lavoro, ogni sera prende la sua auto e va in giro a incontrare gli iscritti per presentarsi, per ascoltare.

A volte urlare, misurare la voce o i propri attributi, una roba molto da maschi, semplicemente, stanca chi ascolta.

A volte le cose buone da fare possono essere più semplici di quanto si immagini.

A volte per ricostruire, ricomporre, può bastare la pazienza, l’ascolto e la creatività.

A volte per ripartire può bastare un giovane uomo della montagna, che lavora nel sociale, che si mette a disposizione, e che, non da solo, ma assieme a tanti e tante comincia a ricucire, rattoppare, poi mettere un mattone sopra l’altro, sorridere e dire a tanti e tante, “Andiamo! È tempo di ricostruire, io ci sto provando, non mi interessa chi hai votato al congresso, adesso vieni con noi”

Adelante, Andrea

Susanna

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