#Diritti: su Ranza l’impegno rimane

È una notizia molto pesante quella che riguarda il carcere di Ranza: dieci agenti della polizia penitenziaria, in servizio a ottobre 2018 nel carcere di San Gimignano, sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate ai danni di un detenuto, con pene fino a 2 anni e 8 mesi. Lo ha deciso il gup di Siena, Jacopo Rocchi. I dieci agenti avevano scelto la strada del rito abbreviato dopo essere stati accusati del pestaggio di un detenuto durante un trasferimento coatto di cella. I legali hanno già dichiarato che faranno appello, mentre il 18 maggio prossimo si aprirà il processo per altri cinque agenti, accusati degli stessi reati, che hanno scelto il rito ordinario. È già stato condannato dal gup di Siena, infine, a quattro mesi di reclusione il medico dello stesso penitenziario, accusato di rifiuto di atti d’ufficio perché si sarebbe rifiutato di visitare e refertare il detenuto.

Il legale che rappresentava il Garante Nazionale dei Detenuti ha parlato di una sentenza “storica”. Di certo è una vicenda che ci costringe a riflettere ancora e in modo più approfondito sulla gestione del sistema carcerario e sulle situazioni che si vivono all’interno di molti penitenziari, Ranza incluso.

Ovviamente non sta a me esprimere un giudizio o un commento su una vicenda così delicata. La giustizia farà il suo corso, in tutti i suoi gradi, e le sentenze non si commentano. Dico solo che ho denunciato molte volte – anche insieme al sindaco di San Gimignano, Andrea Marruccile criticità e i grandi problemi strutturali, gestionali e organizzativi di quel carcere. Quelle criticità restano e certamente non favoriscono la vita dei detenuti e di chi lì dentro lavora. Quell’impegno, a rendere Ranza un istituto più vivibile per tutti, rimane.

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