Etichettatura e qualità dei prodotti alimentari: alcune riflessioni sulla legge 2260

Sul prossimo numero della rivista Verde Ambiente sarà ospitato un mio intervento sul tema dell’etichettatura e della qualità dei prodotti alimentari. Argomenti che considero cruciali per la competitività delle nostre produzioni agricole e per la tutela dei prodotti tipici e tradizionali a vantaggio dei consumatori che, in questo modo, avranno a disposizione un quadro informativo più completo sulle qualità e caratteristiche di quello che mangiano. E’ in questa cornice che voglio commentare l’approvazione a gennaio, in commissione agricoltura della Camera, del disegno di legge 2260 sull’etichettatura e la qualità dei prodotti. Approvazione avvenuta all’unanimità che, ha permesso all’Italia di essere il primo Paese in Europa ad avere una norma per etichette chiare e trasparenti.  Un risultato importante, nonostante due preoccupazioni che mi sento di esprimere: la prima, è stata compiuta una forzatura in termini di competenze, visto che ora dovrà essere Bruxelles a dare concreta applicabilità alle norme e la seconda è che possono aumentare ancora gli adempimenti burocratici a carico degli agricoltori, già oggi sommersi fino allo sfinimento da carte e controlli. Ovviamente ritengo che si possa lavorare per risolvere entrambe le criticità. Intanto mi preme sottolineare che molti passi in avanti sono stati fatti. Prima di questa legge, nel nostro Paese, infatti, l’obbligo di indicare l’origine valeva solo per carne bovina, pollo, uova, olio extravergine di oliva, miele, latte, frutta e verdura, passata di pomodoro. Con le nuove disposizioni, invece, è obbligatorio anche per prodotti come carne di maiale, agnello e coniglio, yogurt, formaggi e altri prodotti freschi, trasformati e non. La legge, che ha avuto un iter assai complesso, è stata a mio parere migliorata grazie ad alcuni emendamenti molto importanti: l’etichetta obbligatoria in tutte le filiere della produzione e della trasformazione (mentre il testo originale prevedeva la discrezionalità del Governo nello stabilire per quali filiere imporre l’obbligo); e la segnalazione obbligatoria nell’etichetta di eventuali organismi geneticamente modificati utilizzati in qualunque fase della catena alimentare, introdotta con un mio emendamento e non senza vivaci discussioni.

L’obbligo di dichiarare l’esatta provenienza degli ingredienti e di indicare il luogo di trasformazione è un risultato importante, che potrebbe porre l’Italia all’avanguardia in Europa sul tema delicato della sicurezza alimentare. Dico potrebbe, perché è solo in sede europea – dove è da poco iniziato il lavoro sul cosiddetto “pacchetto qualità” – che la normativa potrà trovare effettiva applicabilità. In questo senso, visti anche i continui scandali alimentari, auspico che, nella negoziazione in sede Ue, il Governo italiano metta in campo la necessaria determinazione (magari la stessa mostrata sul tema delle quote latte, che continuo invece a ritenere assai discutibile) affinché l’Unione accolga questa ‘fuga in avanti’ italiana in tema di etichetta trasparente. Per il nostro Paese, infatti, la partita dell’agroalimentare è di importanza strategica, e non solo dal punto di visto economico. Negli anni, infatti, anche l’approccio al cibo è stato al centro di profondi mutamenti che interessano i comportamenti quotidiani e le nostre scelte nei mercati rionali o al supermercato. Una dimensione che dobbiamo essere in grado di governare dando un ruolo più forte a chi consuma, per rendere più concreta l’affermazione che “mangiare sia un atto agricolo”. Qualcosa sta già avvenendo. Penso ad esempio allo sviluppo del settore delle produzioni biologiche; ai sistemi di vendita diretta; ai consumi etici; all’attenzione crescente al consumo locale; alla filiera corta e alla contrarietà, espressa dalla maggioranza degli italiani, al l’uso di colture geneticamente modificati.

Ci troviamo di fronte a nuovi stili di vita e a consumatori socialmente responsabili, che fanno bene alle nostre campagne e quindi anche al nostro Paese. Visti i profondi cambiamenti culturali, sono convinta che occorre rivedere qualche paradigma dei modelli sviluppo e di crescita: un po’ di sobrietà; un consumo fatto meno di marketing indistinto e più di conoscenza, coscienza e consapevolezza individuale, valore ambientale e salute. Oggi, poi, ci sono le condizioni per una straordinaria alleanza tra agricoltori, consumatori, sensibilità ambientaliste e mondo produttivo illuminato. In molti stanno dimostrando di averlo capito. Alla politica e alle istituzioni spetta il compito di sostenere questa alleanza. Etichettatura, tracciabilità, semplificazione, politiche a difesa della biodiversità e della sostenibilità: sono questi gli obiettivi a cui sto provando a dare il mio contributo.

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