#fictionerealtà

La scorsa settimana arrivando a Roma mi ha colpita, in piazza Venezia la gigantografia del film “1992”. Non si tratta in realtà di un vero film, ma di una fiction, credo in una decina di episodi ambientati negli anni di Tangentopoli, nelle inchieste del pool  “Mani pulite”, ecc..
Sempre quella mattina i titoli dei quotidiani erano purtroppo dedicati ad una nuova inchiesta della procura di Firenze su un grosso sistema  di bustarelle, favoritismi, influenza su appalti, grandi opere.  Solo che qui non si tratta di una fiction, ma dell’ennesimo episodio della corruzione che colpisce l’Italia. Ancora furbetti di nuovi quartierini, ancora una cricca, quella degli appalti su strade, alta velocità, Expo.. Ancora quei toni che pare di sentire, fatti di lusso, di scambio, di Rolex, vacanze, abiti firmati, di vite privilegiate e di affari sulle spalle dei contribuenti. Vertici di uno dei più potenti dicasteri, quello delle infrastrutture: Ercole Incalza.

Anche io in questi anni ho avuto modo di incontrarlo durante uno degli innumerevoli viaggi a Porta Pia per chiedere notizie sul completamento della “Due Mari”. L’ultima volta un paio di anni fa, per capire se nell’ambito del monitoraggio sui cantieri e nel recupero di risorse ci fossero tempi e risorse certi per i lotti mancanti alla Siena – Grosseto. Gia. Li si parlava di efficienza, di riallocazione di risorse per le realtà virtuose, per i progetti immediatamente cantierabili. Sembrava una cosa seria.

I Ministri e i governi passavano, ma lui restava al suo posto.

Il proseguire dell’inchiesta ci dirà se l’ipotesi dei magistrati si dimostrerà fondata e se gli indagati si dimostreranno effettivamente colpevoli. Ci dirà anche del livello di coinvolgimento della politica. Intanto il Ministro Lupi si è dimesso, ed io credo che abbia fatto bene. Lupi non è al momento indagato, ma certo il quadro che emerge dalle intercettazioni, coinvolge pesantemente lui e la famiglia, la sua vicinanza ad Incalza, la difesa che ne ha fatto..quando queste cose accadono io credo che sia utile chiarire la propria posizione fuori da ogni ruolo di responsabilità. Gli auguro di poterlo fare.
È evidente come, anche questa vicenda pesantissima, contribuisca a rappresentare un volto del nostro Paese duro da riformare: corruzione e malaffare, ragioni della lentezza, della rigidità, dei costi dei lavori pubblici, della fatica con cui la politica riesce a generare cambiamenti. Appunto, i ministri passavano e lui restava al suo posto.
Mi sposto nel mediterraneo.

Un paio di anni fa io e mio fratello abbiamo regalato ai nostri genitori una crociera nel mediterraneo. Era il loro primo vero viaggio, erano le loro nozze d’oro. Partirono da Genova, una della tappe fu Tunisi.

Esattamente come quei turisti, quelle coppie, quelle famiglie, che si sono trovate sotto i colpi dei Kalashnikov dei terroristi Isis, mentre erano sui pullman o mentre scorrevano nelle sale del Museo.
Persone comuni. Pensionati o lavoratori che si erano ritagliati una settimana di vacanza con un itinerario non esattamente da “avventure nel mondo”. Luoghi e tappe “tranquilli”, compresa la Tunisia, unica democrazia di quella parte del mondo dopo le primavere arabe.

Persone che hanno salutato le famiglie, hanno messo qualcosa di elegante nelle loro valigie, perché in Crociera serve.

Sono queste le vittime. Persone comuni.
Il terrorismo Isis, la follia omicida di una guerra che da molti veniva percepita come sufficientemente lontana attraverso gli inquieti ma contemporaneamente rassicuranti schermi televisivi, il cui rischio massimo, secondo il  “Salvinipensiero”, poteva annidarsi sui barconi dei disperati in fuga.

L’ho già scritto e lo ripeto, troppo poco ci siamo interrogati e troppo poco la politica e la sinistra stanno tentando di dare risposte a questo conflitto che non ha niente di noto e di già visto, che va oltre il concetto di Stato e di regione del mondo. Un conflitto culturale, che affonda le sue radici anche nell’ignoranza e nelle diseguaglianze, ma che cresce, si organizza, ed utilizza abilmente la modernità, le nuove tecnologie, i “social”.

Dobbiamo parlarne, dobbiamo capire, dobbiamo sapere e dobbiamo combattere anche paure e barriere invisibili per sconfiggere questa violenza terrorista.

Sabato scorso a Roma si sono incontrate le minoranze del Pd per discutere di democrazia e riforme costituzionali. Non ho partecipato, ma ho seguito in parte in streaming. Letto i commenti sui giornali, sui Social. Non mi è sembrata una assemblea molto utile sinceramente, ma devo ammettere che una delle cose che mi impressiona è la leggerezza con cui oramai si commenta, e qualche volta, si pontifica, pur non conoscendo parole, toni, protagonisti di quel confronto.

Non avevo ancora appreso della presenza di alcuni leader, che già su Twitter e sulle agenzie scorrevano i controcommenti, o addirittura le lezioni di vita. Oramai si va avanti così, per categorie: i buoni e i cattivi, il nuovo e il vecchio, il ritmo e la lentezza. Il Pd è il mio partito, Renzi il mio segretario.  Vorrei però che ci fosse più rispetto.

Continuo a pensare che abbiamo bisogno di altro e prima di tutto di costruzione e di pensiero. Sì, pensiero. Non riesco a comprendere alcun ruolo della politica che scinda queste due dimensioni, quella del pensiero e quella dell’azione di governo. Se non c’è pensiero, visione e progetto del futuro, su cosa si fonda una riforma? Avere il 40 per cento è fondamentale, ma devi dire a quel 40 per cento per cosa ti batti, quali sono i tuoi valori, dove vuoi andare.

Fare le riforme è il compito di questo Governo e di tutti noi che sediamo in Parlamento, non c’è dubbio alcuno. Guai a chi ferma il percorso. Ma chiedere di avere luoghi di confronto per farle al meglio non mi pare un reato, soprattutto all’indomani della rescissione di un patto, da parte di uno dei contraenti. Se il patto non c’è più facciamo tutti del nostro meglio per riforme che ci convincano pienamente. Possiamo ancora migliorare la riforma costituzionale rivedendo la composizione del Senato (e vorrei ricordare che comunque quel testo è stato votato quasi da tutti), e possiamo fare una legge elettorale che risponda di più alle indicazioni della corte, ad esempio con i collegi, collegando con forza i candidati ai territori.

Abbiamo tempo e condizioni per farlo, ed abbiamo visto che (come è avvenuto per il Presidente della Repubblica) quando si lavora per compattare il Pd i risultati sono formidabili.

Non tutto della giornata all’Acquario di Roma mi è piaciuto, molto ho apprezzato le considerazioni di Gianni Cuperlo che vi allego volentieri.

Come sapete sono impegnata nell’associazione SinistraDem, di cui Gianni e Presidente. Un’associazione che si è data come obiettivo proprio lo svolgimento di un lavoro politico culturale nella società, interloquendo con tanti attori sociali, associativi, culturali, per costruire una visione 2.0 della sinistra italiana, e che vuole rafforzare questa dimensione nel Pd e non altrove. Io francamente non vedo spazi politici utili a cambiare l’Italia altrove se non nel Pd.
C’è un gran movimento in giro. Landini e la sua coalizione sociale. Ci sono fratture e ricomposizioni nella destra, nella Lega.
In Spagna nel primo test elettorale la sinistra tiene e Podemos non sfonda. in Francia non trionfa la Le Pen ma il PSF arriva terzo.

E intanto la Grecia si gioca le sue ultime carte per ripartire tenendo assieme risanamento e coesione sociale.
Ce n’è di tela da tessere per una moderna forza riformatrice e di sinistra. Ci sono pagine nuove da scrivere e sfide da accogliere. Ci sono timidi segnali di possibile ripresa, ma c’è un tema enorme cui dare la priorità nel Paese e in giro per il mondo: l’eguaglianza.  A dirlo non sono solo i giovani che hanno inventato qualche tempo fa OccupyWallstreet …ma stimatissimi economisti di tutto il mondo, non ci sarà ripartenza, non ci sarà nuova crescita se non attenuiamo le diseguaglianza.

Visione ed azione. Appunto.

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