La Festa di tutti

Sabato sono stata a Rapolano Terme, in provincia di Siena, a celebrare il 25 aprile, Festa della Liberazione, insieme all’ex presidente della Camera Luciano Violante. Ecco il mio intervento..

Vorrei innanzitutto salutare e ringraziare tutti voi per questo invito. Un grazie all’amministrazione comunale di Rapolano Terme al sindaco Patrizia Baldaccini, che mi ha chiesto di essere qui, e sono onorarla di essere qui anche insieme all’ex presidente della Camera Luciano Violante, per ricordare ciò che ha significato per l’Italia e per la provincia di Siena il 25 aprile, giorno della liberazione del Paese dalla dittatura e dall’occupazione nazifascista e, soprattutto, della sofferta riconquista della libertà, dell’unità e dell’indipendenza. Permettetemi anche di ringraziare tutti i cittadini presenti e i rappresentanti della sezione Anpi di Rapolano Terme, che da anni portano avanti, insieme all’amministrazione comunale e all’Istituto storico della Resistenza senese, un importante lavoro di memoria e riflessione tra i ragazzi delle scuole medie.

Un lavoro che, voglio sottolinearlo, significa trasmettere e rendere attuali i valori fondanti del nostro Paese e della Carta Costituzionale, che significa continuare a costruire giorno per giorno un paese in cui scorre la linfa della democrazia, della libertà, del rispetto reciproco dentro a vecchie e nuove differenze e vecchi e nuovi concetti di cittadinanza e di condivisione.

Un saluto affettuoso va ai testimoni di quei giorni che sono ancora tra noi: Giuseppe Calamati, Leo Barabesi, Giuseppe Guerri e Aldo Pulcinelli, che fecero parte, nel dicembre del 1944, di quel gruppo di volontari che partì da Rapolano per prendere fare parte alla guerra di Liberazione nel raggruppamento Cremona: diciotto di loro erano nel primo plotone che attraversò il Senio per raggiungere Alfonsine, teatro di terribili scontri tra tedeschi, alleati e partigiani. Di quei giovani nessuno morì al fronte, ma anche Rapolano, nel corso della seconda guerra mondiale, pagò il suo triste tributo alla causa della Liberazione con i suoi 53 caduti.
Nel ricordare e rendere omaggio a quelle morti, vogliamo onorare ed aggiornare la memoria di un sacrificio collettivo: quello di ragazzi e ragazze, uomini e donne, che hanno lottato nella profonda convinzione che la libertà e la democrazia sarebbero diventate patrimonio di tutti. Un patrimonio straordinario, troppo spesso banalizzato, purtroppo, anche da alcune cariche istituzionali. Mai la riconquista della libertà o va banalizzata, e mai la democrazia va data per scontata.

Dai piccoli paesi alle grandi città, oggi, tutta l’Italia celebra il sessantaquattresimo anniversario della Liberazione. La misura della partecipazione che, ogni anno, questa giornata riesce a raccogliere intorno a sé, ci dice se siamo stati capaci di trovare la strada giusta per far vivere ed aggiornare i valori fondanti della nostra democrazia, in modo non rituale e ripetitivo.

Questa giornata ha in sé un valore enorme per il nostro Paese e per la nostra terra di Siena che tanto ha pagato in termini di sacrifici umani ed eroismo militare e civile: la Resistenza ha segnato un momento fortissimo di riscatto patriottico, è stata – dalla firma dell’armistizio al crollo dell’8 settembre 1943, fino alla liberazione delle nostre città – il risveglio degli italiani contro un’occupazione scellerata e drammatica.
Hanno contributo alla Liberazione tutte le formazioni partigiane, con la loro lotta armata nelle città e sulle montagne, e i tanti soldati che si unirono a loro, insieme ai militari dell’esercito e delle nuove forze armate. A loro sostegno, ci fu una grande e spontanea solidarietà popolare, che percorse il Paese e si espresse in forme e modi diversi: fornendo cibo e dando rifugio, appoggiando i giovani che si rifiutarono di subire la chiamata alle armi durante la Repubblica di Salò, dando aiuto agli ebrei che cercavano di sfuggire alle persecuzioni.

Piccole e grandi azioni di solidarietà attraversano la nostra Resistenza: a Rapolano, per esempio, il Comitato di liberazione, con l’aiuto dei contadini, riuscì a portar via un grande quantitativo di grano dai magazzini del Consorzio agrario, destinato alle truppe tedesche. Con il pane macinato da quel grano, a guerra finita, si sfamò la popolazione stremata. Questa è stata la Resistenza, nella sua complessità di contributi e partecipazione.

Fra gli uomini e le donne che combatterono i nazisti e i fascisti non c’erano solo i “partigiani rossi”, come li ha definiti il Ministro della difesa Ignazio La Russa, ma tanti ragazzi che non avevano appartenenza politica e che combatterono animati dalla voglia di riscatto dopo un ventennio di oppressione fascista; c’erano comunisti e monarchici, cattolici e socialisti, c’erano militanti dei Gruppi d’azione, c’erano contadini e borghesi. C’erano uomini e donne, di estrazione sociale e cultura diversa, che combatterono, pur nelle differenze politiche, religiose e ideologiche, un’idea sciagurata di Paese. La Resistenza fu uno straordinario esempio di unità che ancora oggi mantiene inalterata la sua fondatezza, libera da ogni retorica, perché basata sulla sofferenza e sulla condivisione di valori universali.

La Festa di Liberazione, allora, non può avere una bandiera né un colore, e se ad una bandiera penso non posso fare a meno di pensare a quelle bandiere fatte di tanti pezzi di stoffa colorata, con un nome di donna ricamato sopra: le bandiere della pace che le donne di tanti comuni rurali di questa provincia cucivano di nascosto, portando un pezzo di stoffa. Cimeli preziosi di storia, di vite ed ancora una volta di condivisione.
Non appartiene a un partito né a una parte politica. La Festa di Liberazione è e deve essere la festa di tutti gli italiani, a patto che si ricordi bene cosa questa festa significa. Oggi il nostro presidente del Consiglio è a Onna, un piccolo paese dell’Abruzzo salito tristemente alla ribalta delle cronache come il più colpito dal sisma del 6 aprile. Quel paese, l’11 giugno del 1944, è stato teatro di una strage nazista dove vennero uccise 16 persone, solo due giorni prima della Liberazione della città de L’Aquila.

Non importa dove sia oggi Silvio Berlusconi; per chi ricopre una così alta carica istituzionale, io credo che sia un dovere, oltre che un diritto, prendere parte alle celebrazione del 25 aprile, nella Piazza di Onna o in quella di Milano. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, dopo anni in cui il premier ci ha abituato ad ogni sorta di scusante per evitare la celebrazione pubblica della Liberazione. Ma va bene, è importante che avvenga.
Io credo che la Resistenza, culminata nella Liberazione nazionale dal nazi-fascismo, vada celebrata senza cadere in mitizzazioni, retorica o cedere a false equiparazioni. Penso alla proposta di legge 1360 – attualmente ferma in Commissione difesa della Camera – che intenderebbe parificare i repubblichini di Salò ai partigiani. Una richiesta inaccettabile, che ha sollevato in tutta Italia una forte mobilitazione, a partire dall’Anpi e da parte di tanti Comuni, Province e Regioni, che hanno reagito con forza davanti ad una proposta che vorrebbe mettere sullo stesso piano chi ha dato la vita per la libertà e la democrazia e chi ha difeso il regime fascista e il nazismo.

Della Resistenza vanno ricordati i fatti, abbandonando i tentativi ideologizzati di revisionismo o le improvvisate interpretazioni storiche. La Resistenza va raccontata e ricordata senza tacere nulla, anche i lati oscuri. Ma guai a chi cerca di denigrare quello che sessantaquattro anni fa ha portato alla riconquista dell’indipendenza del Paese.

In quel cammino di lotta e libertà, mi piace ricordarlo, le donne hanno fatto tanto, ricoprendo un ruolo di primo piano nella Resistenza prima, e nella fase costituente, più tardi. “Nessuna Resistenza – ha detto Maria Teresa Mattei – sarebbe potuta esserci senza le donne”. “Si dice che furono poche le partigiane, ma non è vero: ogni donna che io ho incontrato in quel periodo era una partigiana. Per aver diviso a metà una patata con chi aveva fame, aver svuotato gli armadi per vestire i disertori, aver rischiato la vita tenendo in soffitta profughi o ebrei. Era quella la vera Resistenza. Io ho combattuto e la violenza dei tedeschi l´ho pagata sulla mia pelle di donna”. Queste sono le parole della più giovane deputata italiana a partecipare all’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale il 2 giugno 1946.

Ho voluto citare Maria Teresa, donna toscana, che ho avuto la fortuna di conoscere ed incontrare qualche anno fa, perché non dobbiamo mai dimenticare che fu proprio dalla lotta di Liberazione che si posero le basi della nostra Costituzione. Nei suoi dodici “Principi fondamentali” troviamo l’espressione più alta di quegli ideali di libertà, solidarietà e giustizia. Penso all’Art.2, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; all’Art. 3, per cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; all’Art. 5, che sancisce che la Repubblica è, una e indivisibile, riconoscendone le autonomie locali.

Penso poi all’Art. 8, per cui tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge e all’Art. 10, secondo cui l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Penso, infine, all’Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
L’eredità morale della Resistenza vive nella nostra Costituzione: nei principi fondamentali vi si possono riconoscere, come ha ricordato Giorgio Napolitano, “anche quanti vissero diversamente gli anni 1943-45, quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi acquisiti”. “La Costituzione – ha detto il nostro presidente – non è una specie di residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe far intendere..Essa seppe dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia democratica”.

La nostra Costituzione è una Carta che ha saputo vedere lontano: oltre a sancire dei diritti, stabilisce un equilibrio fra i poteri dello Stato, fissandone la separazione. L’appello di Napolitano è stato chiaro: rispettiamo la Costituzione e ciò che essa stabilisce; rispettiamo le autorità di controllo e garanzia; rispettiamo il Parlamento e la sua sovranità; rispettiamo, insomma, la separazione dei potere legislativo da quello esecutivo e giudiziario.

Esempi di forzature, in questa, come in altre legislature, ce sono state tante: è di poche settimane fa il richiamo del presidente della Repubblica al governo per frenare il ricorso a decreti legge ‘omnibus’; che, superano i limiti imposti dalla Costituzione e ledono i poteri di garanzia del capo dello Stato. A febbraio, quando le telecamere di tutto il Paese erano accese sul caso di Eluana Englaro, lo scontro tra il Colle e il premier era stato tesissimo nel momento in cui Napolitano scelse di non firmare il decreto d’urgenza per obbligare l’alimentazione e l’idratazione per soggetti non autosufficienti.

Voi mi conoscete bene sono Parlamentare da meno di un anno, ma vengo da una esperienza di Governo Regionale, conosco bene la differenza tra ruolo di governo ed assemblea legislative credo che in questa fase il ruolo Parlamentare sia spessissimo reso irrilevante (: I numeri relativi al primo anno di attività parlamentare della XVI legislatura della Camera dei Deputati parlano chiaro: si è lavorato su ciò che ha imposto il governo. 34 decreti legge presentati dall’esecutivo alle Camere, a cui vanno aggiunti i 5 decreti emanati alla fine della legislatura precedente dal governo Prodi e convertiti in legge in questa legislatura. Le leggi approvate sono state 62, di cui 32 di conversione di decreti legge, 4 di bilancio, 1 legge collegata alla manovra finanziaria, 21 ratifiche e 4 ordinarie (di cui tre di iniziativa parlamentare, 2 delle quali approvate in sede legislativa). Il governo ha posto la fiducia undici volte sui seguenti provvedimenti: il potere d’acquisto delle famiglie; la sicurezza pubblica; lo sviluppo economico; istruzione ed università; ristrutturazione grandi imprese in crisi; disavanzo sanitario enti locali; sistema universitario e della ricerca; misure anticrisi; proroga di termini e misure a sostegno dei settori industriali in crisi).

Perché ricordare oggi tutto questo? perché i principi nati dalla liberazione, la volontà di dire attraverso la Costituzione “mai più”, ci impegna tutti quanti a non avvicinarci a rischi anche minimali, di violazione del ruolo del Parlamento, della rappresentanza, della piena cittadinanza. Questi rischi, una qualche idea che il Parlamento, la discussione, il confronto appaiano o possano essere rappresentati come una sorta di intralcio, possono esserci.

E oggi, molto più di anni fa, è invece forte il bisogno di ricostruire, rafforzare la relazione di fiducia tra cittadini e rappresentanza. I Principi fondanti della nostra Democrazia sono e saranno forti tanto più saremo capaci di difenderli e di sentirli nostri, di sentirli parte della nostra identità e della nostra fiducia nel Paese, un Paese in cui ogni organo costituzionale deve svolgere i propri compiti istituzionali a garanzia dei cittadini stessi, anche se è difficile.
Oggi questo nostro Paese è molto attraversato da rabbie e da paure, la crisi economica sta accentuando tutto questo, e sappiamo che rabbia, paura per il domani, senso di incertezza, di insicurezza non fanno che minare le fondamenta della civile convivenza, indipendentemente dalle ragioni che le alimentano (il lavoro, il futuro, il reddito…)

Quella rabbia è pericolosa se non viene affrontata, se non la si scioglie con nuova fiducia nel futuro, soprattutto da parte delle giovani generazioni. Per quello dobbiamo lavorare. Spetta alla politica, alle istituzioni, all’impegno civile di ognuno ed ognuna, dare nuove motivazioni sulle quali le giovani generazioni possano tornare a trovare passione e voglia di credere.
Voglio concludere proprio su questo. Domenica scorsa sono stata coinvolta in una bellissima iniziativa che un gruppo di giovani impegnati ha promosso. Si è trattato della non-stop radiofonica di lettura di Gomorra di Saviano. 48 ore nelle quali centinaia di persone si sono alternate nella lettura di questa straordinaria opera di impegno politico e civile. Nuovi sono gli strumenti e diverse le armi, ma il futuro si costruisce anche così.

Grazie per l’invito e buon 25 aprile a tutti e a tutte.

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