La lezione di Obama e la nuova centralità del cibo

L’intervento che il presidente americano Barack Obama ha tenuto all’Assemblea generale dell’Onu, lo scorso 23 settembre, è uno dei quei discorsi che fanno bene al cuore e alle nostre speranze. Tante e di importanza fondamentale sono state le questioni che Obama ha toccato guardando al futuro e richiamando i Paesi del mondo a un serio impegno per ridurre le emissioni, e quindi i gas serra, con l’obiettivo di “dare una risposta globale alle sfide globali”. Di tutte le questioni solevate, mi soffermo a riflettere su alcune, a partire dall’iniziativa americana di stanziare 20 miliardi di dollari per la sicurezza alimentare globale, cui si aggiungono altri investimenti per intervenire sui mutamenti climatici.

A fine agosto a Scandicci, in occasione del Parlamento della rete toscana di Terra Madre, Carlo Petrini, presidente di Slow Food, ha ricordato che attorno alle politiche alimentari ruotano tutti i temi connessi al disastro ambientale in atto: da un lato un miliardo di persone non ha accesso al cibo, dall’altro l’agricoltura concorre pesantemente all’emissione di Co2.

Qualche settimana fa, a Pollenzo, in Piemonte, ho partecipato ad un seminario internazionale che affrontava proprio questi temi – l’agroalimentare, la sostenibilità, l’ecologia – su cui mi sto documentando e sto provando a ragionare. Si tratta di temi sui quali, ha ragione Petrini, la sinistra deve far sentire la propria voce. E allora mi sono chiesta, cosa possiamo fare concretamente? Io credo molte cose, ma prima di tutto tornare a parlare di agricoltura e di cibo, dando a questi temi centralità e autorevolezza, per poi farne discendere conseguenti politiche.

Non è più sufficiente parlare di prodotti tipici o di denominazioni per raccontare le qualità di una terra, e lo dico con il patrimonio straordinario che l’esperienza di assessore regionale all’agricoltura della Toscana mi ha regalato. I mercati, con le regole che abbiamo conosciuto, stanno attraversando mutamenti sconvolgenti e le analisi più recenti ci dicono quanto i consumatori, i cittadini, soprattutto le mamme, scelgano i prodotti alimentari con attenzione crescente alla provenienza da agricoltura biologica, alla filiera corta e alla stagionalità, oltre al prezzo. Prezzo che purtroppo, in casi molto rari, compensa la fatica dell’agricoltore, quanto piuttosto la rete e i passaggi della distribuzione.

Ma cosa può voler dire, uscendo dai fondamentalismi, mettere al centro delle politiche una rinnovata questione “cibo e agricoltura”? Io sto provando a lavorarci, anche con una iniziativa di legge, ma intanto credo che si debba e si possa far politica, parlando di più di questi temi, non solo con gli addetti ai lavori (del resto vorrei ricordare che il tema del prossimo Expo di Milano, nel 2015, è proprio “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”); creando relazioni forti tra l’agricoltura locale e le comunità; producendo conoscenza; costruendo rapporti tra gli agricoltori e le mense pubbliche e private, gli ospedali, la ristorazione e il commercio; guardando alle esperienze nate anche nelle nostre realtà di filiera corta, come momenti da valorizzare e far crescere, con la consapevolezza che scegliendo un prodotto locale o mangiando frutta e verdura nella loro stagione, ci si alimenta in modo più salutare, si spende meno e si dà un contributo alla nostra agricoltura e all’ambiente. E ancora, recuperando la biodiversità dei nostri semi e delle varietà che storicamente venivano selezionate dai nostri contadini, per resistere a siccità o a piogge eccessive, senza mai cedere agli Ogm. Aiutare l’agricoltura biologica a crescere, con l’obiettivo di eliminare il più possibile l’ “intrusione” della chimica.

Chi se non la sinistra dovrebbe portare avanti queste grandi battaglie? Chi se non noi, dovrebbe assumere su di sé questi temi per tradurli in azione e impegno politico? E’ tempo di raccogliere la sfida.

PER APPROFONDIRE

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