La sfida del tempo

Richiami ai campi di sterminio, alle croci uncinate, alla dittatura. Questo abbiamo letto sui cartelli delle manifestazioni di Roma e Torino nei giorni scorsi. Ma non si trattava di mobilitazioni contro rigurgiti nazifascisti. No. In piazza sono scesi i No vax e comunque cittadini che intendevano protestare contro gli inviti alla vaccinazione e contro il recente decreto sul green pass, con linguaggi e simboli che hanno offeso tutti noi ed in particolare chi quei simboli e quei disvalori li ha patiti sulla propria pelle.

Chi ha già completato il suo ciclo vaccinale sa che dopo qualche ora dalla somministrazione, sul telefonino o sulla posta elettronica, arrivano le credenziali per scaricare il proprio passaporto sanitario, che certifica l’avvenuta vaccinazione. Quel documento sarà la garanzia per poter accedere in tranquillità dentro a locali, ristoranti, luoghi di cultura, palestre, congressi, ecc.. Chi non fosse in grado di scaricarlo autonomamente può richiederlo al proprio medico di famiglia.

Abbiamo avuto settimane di discesa importante dei dati del contagio dopo mesi e mesi di ricoveri e purtroppo decessi. La campagna di vaccinazione ha dato i suoi risultati. Non abbiamo altre strade. Il vaccino è la strada principale, assieme alle precauzioni che oramai tutti conosciamo bene. Anche nei confronti della cosidetta “variante Delta”. E il tempo farà la differenza: la velocità con cui raggiungeremo un percentuale molto alta di vaccinati.

Il primo farmaco è pertanto semplicemente la responsabilità di ognuno ed ognuna di noi. Nel vaccinarsi, nel rispettare le norme sul distanziamento e l’uso dei dispositivi.

Anche su questo stiamo misurando le differenze con una destra sempre più proiettata verso Orban e company. E fa davvero senso sentir usare proprio da quelle voci, alleate di Paesi che anche in questo tempo varano norme contro le libertà di orientamento sessuale e l’auto determinazione delle donne, il richiamo alla “libertà” contro la “dittatura sanitaria”, in un Paese, come il nostro che la dittatura l’ha vissuta, combattuta e sconfitta. Ma l’hanno sconfitta la sinistra e le forze democratiche di questo Paese.

Oggi.

Sono passati vent’anni dal G8 di Genova. Ricordi a fiumi. Le immagini, le parole, i fatti. Ricordo bene quei giorni. Ho avuto un osservatorio privilegiato: ero la più giovane assessora della Giunta Regionale di Claudio Martini. E noi, quel Governo Regionale, decidemmo di andare a quell’appuntamento. Lo decidemmo perchè eravamo di convinti della necessità di costruire un ponte tra i grandi che affrontavano i temi della globalizzazione e i tanti movimenti, le associazioni che portavano una lettura critica di quel cambiamento: “pensa globalmente, agisci localmente”. L’ambiente, i processi economici, la necessità di cambiare modelli di sviluppo.. questo chiedevano i cosidetti “No Global”.

Le cose non andarono bene. Ci fu una rigida separazione tra gli incontri istituzionali e la manifestazione, ci fu una gestione della sicurezza sbagliata. Ci fu la morte di Claudio Giuliani, e ci fu la Diaz. E lì si celebrò la sconfitta dello Stato. Io quel dolore che si collocava alla base della gola, e nello stomaco, di fronte a quelle immagini, lo sento ancora. Basta una foto e tutto torna a galla.

Torna a galla anche l’ostinazione della mia Regione che non rinunciò a costruire quel ponte. Che cercò quel dialogo, e da quel dialogo nacque il social forum di Firenze, una pacifica invasione accolta con un abbraccio. E poi ancora nacquero gli appuntamenti di San Rossore in cui maturarono idee, progetti ed anche azioni di Governo. La legge regionale sulla biodiversità, sulla tutela dei semi, quella sulla partecipazione..nacquero da tutto quel percorso.

Peccato che l’allora mio partito, in quella stagione, abbia brillato per presa di distanza, per assenza. Ma chi, se non la sinistra avrebbe dovuto aprire quella porta?

Oggi la storia ci dice altro. Ce lo ha detto un’adolescente che con un cartello fuori dalla scuola ha cominciato a ricordare a tutti che il tempo per salvare il futuro di quella generazione sta scadendo. Ed ha mobilitato i ragazzi del mondo intero.

Ce lo hanno detto pochi giorni fa, gli impegni di Bruxelles su clima ed energia. E poi i primi impegni assunti dal G20.

Ce lo hanno rammentato purtroppo con corredo di disastri e morti, le inondazioni della Germania e i danni di queste ore nel nord Italia.

Inondazioni e siccità, incendi. Sono la faccia della stessa medaglia: gli effetti della crisi climatica. E smettiamola di chiamarli “calamità”, perchè non sono piu “eventi eccezionali”.

Ed ancora, in questi giorni a Roma, alla FAO, si sta tenendo il Pre Summit sulla sostenibilità dei sistemi alimentari. Anche lì si gioca un pezzo di quella stessa partita: come alimentare il mondo dentro una crisi climatica, sociale, aggravata dal Covid. Reddito agli agricoltori, sistemi resilienti, stop alle speculazioni finanziarie sugli alimenti e sui prezzi, stop allo spreco alimentare, all’abuso di pesticidi. Anche su questi temi è aperta una dialettica ed una critica che arriva da molte ONG. I ponti vanno costruiti ed aperti.

Gli errori di 20 anni fa non vanno ripetuti. Il Covid ci ha fatto interrogare molto sulla necessità di nuove fondamenta, sul bisogno di ripensare sviluppo, regole, equilibri e soprattutto sulla edificazione di nuove eguaglianze accorciando le distanze di reddito, diritti e condizioni sociali.

Ma bisogna fare presto. Poche settimane fa il fondo Melrose, che possiede GKN, ci ha dimostrato cosa è la finanziarizzazione dell’economia: con un click si possono guadagnare 25 mln muovendo titoli azionari; con un click si licenziano 422 persone e si annuncia la chiusura di uno stabilimento senza bisogno di una crisi come alibi.

Si bisogna far presto. Oggi Bianconiglio avrebbe le sue ragioni a dirci..”è tardi, è tardi..”

Per l’ambiente, per le persone, per la democrazia.

Susanna

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