Liberalizzazione dei diritti d’impianto dei vigneti difendiamo il valore del buon vino italiano

L’articolo 90 del regolamento 479/2008 dell’Organizzazione comune del mercato (Ocm) stabilisce la liberalizzazione dei diritti d’impianto dei vigneti in Europa a partire dal 2015. Ciò significa che chi acquista un terreno potrà liberamente decidere d’impiantarvi una vigna. Sul tema della liberalizzazione sono intervenuta, nelle settimane scorse, a Parigi, ospite al Senato francese, ad un confronto tra Parlamentari, Governi, produttori europei in cui il Governo Italiano ancora una volta ha brillato per la sua assenza. La deregulation ha visto aprirsi da tempo una riflessione, per questa ragione ho richiesto, insieme al collega Massimo Fiorio un impegno concreto al governo, per tutelare il buon vino italiano in vista dell’attuazione di un decreto che, secondo buona parte del produttori italiani, può destabilizzare l’equilibrio di molte zone vitivinicole, soprattutto quelle di produzione a denominazione di origine più importanti. Nei giorni scorsi, al Vinitaly, abbiamo visto sfilare l’eccellenza della produzione vinicola italiana, nella quale un ruolo importante è assunto dalla Toscana che, grazie anche ad una legge regionale sulla programmazione degli impianti, prevede un albo contingentato per i vigneti di maggior pregio, per cui non è possibile allargare le aree produttive per i vini Docg. Si tratta di un quadro normativo ( legge regionale 9/2009), preso come riferimento anche da altre regioni, importante sia per garantire la qualità che per agevolare le esportazioni di importanti quantità di vino.  In occasione della celebrazione delle eccellenze vinicole italiane, quindi, sembra assurdo non affrontare un tema così importante, con gli scenari che potrebbero aprirsi con la liberalizzazione dei diritti d’impianto. Mentre l’Europa si è già mossa correndo ai ripari, l’Italia non si esprime. L’esecutivo non ha ancora assunto una posizione sull’argomento, e non ha nemmeno sentito il bisogno di ascoltare il mondo del vino. L’unica iniziativa ad oggi è la risoluzione presentata dal Pd alla Camera per chiedere attenzione su un provvedimento tutt’altro che lontano e che può avere anche effetti pesanti sul comparto del vino, alla luce della crisi economica. Sulla vicenda sono intervenuti nei giorni scorsi Sarkozy e la Merkel, mentre fra i principali paesi produttori anche Spagna e Ungheria si sono già espressi per il ‘no’ alla deregulation. Ma la cosa che più colpisce è che, mentre gli altri paesi europei si stanno muovendo in modo compatto per risolvere la questione e salvaguardare la produzione dei vini nazionali, il Governo italiano tace, impegnato dietro a ben altre preoccupazioni che difendere il valore del buon vino italiano. Secondo le ipotesi fatte dalla Federdoc, si rischia di assistere ad un raddoppio della superficie vitata del Chianti, che dai 17 mila ettari attuali potrebbe passare a 35 mila ettari. C’è già allarme per il caso del valore dei vigneti. Per questa ragione noi crediamo che, prima di abbandonare ogni strumento di regolazione degli impianti, occorra approfondire attentamente la questione sia con il sistema dei produttori che con le Regioni e gli altri Paesi vitivinicoli europei. Il terzo ministro dell’agricoltura di questo Governo ha speso alcune prime belle parole in occasione del Vinitaly, ma aspettiamo ancora che si decida ad assumere una posizione sui temi che noi e buona parte del mondo vitivinicolo europeo stiamo mettendo sul tavolo, aprendo discussioni e confronti e soprattutto provando a svolgere un ruolo attivo nel dibattito europeo, degno del grande vino che la nostra Terra produce.

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