“Lo chiamavano… dignità”

A giudicare dalle telefonate che ho ricevuto dai lavoratori e dalle lavoratrici di alcune delle principali imprese del nostro territorio, temo che le stime elaborate dall’INPS sul cosiddetto “Decreto dignità” di Luigi Di Maio siano addirittura ottimistiche. Il presidente Boeri nei giorni scorsi aveva parlato davanti alle commissioni riunite Finanze e Lavoro della Camera sottolineando che “ci sono dunque ampie ragioni – sia teoriche che empiriche – per ritenere che il provvedimento possa avere, almeno inizialmente un impatto negativo sull’occupazione” il dato è abbastanza elementare, se hai contratti di 36 mesi, che diventano 24, quei contratti scadono prima, e non c’è alcun automatismo che favorisca un passaggio affinché quel contratto (che non è una prestazione occasionale) diventi a tempo indeterminato. Si è polemizzato con Boeri, ma la realtà è che tanti imprenditori in difficoltà e tanti lavoratori vedono a rischio il posto di lavoro.

Il decreto dignità è molto slogan e niente sostanza. O meglio, è pessima sostanza. La famosa ‘Waterloo della precarietà’ annunciata dal Governo, in realtà, si traduce in un’immediata messa a rischio dei posti di lavoro a tempo determinato. Si attaccano frontalmente forme contrattuali accumulatesi negli ultimi 15 anni perdendo di vista quelli che sono gli obiettivi di un mercato del lavoro in continua evoluzione e di una ripresa produttiva che necessita di investimenti e non di spot propagandistici. “Da imprenditore non accetto la definizione di ‘decreto dignità’: ci fa sembrare lontani da etica e centralità delle persone che, invece, sono realtà nelle nostre fabbriche”. A parlare così, dalle colonne de Il Sole 24 Ore è Massimo Finco, presidente di Assindustria Veneto. E se anche la voce delle imprese del Nord Est solleva una perplessità così netta, c’è di che riflettere, anche su un piano di stretta comunicazione politica.

Certo è giusto provare ad entrare nel merito del testo e se lo facciamo dobbiamo dire che nel provvedimento non c’è una strategia complessiva di contrasto alla precarietà, così come non ci sono forme di incentivo alle imprese, e sul tema segnalo due utili contributi: quello di Gianni Cuperlo e le proposte del Pd, che ha presentato dieci controproposte tra cui: il taglio del costo del lavoro, la riduzione del cuneo contributivo sul tempo indeterminato, la contrattazione collettiva per determinare le cause sul tempo determinato, la sperimentazione sul salario minimo, ecc..

La chiamavano dignità può sembrare il titolo di un vecchio film del genere western, ma il rischio è che l’andazzo di questo governo ci trascini in un Far West non solo sul fronte delle politiche del lavoro, ma anche di quelle sociali e dell’immigrazione, solo per toccare i temi più usati dalla propaganda dell’esecutivo. In questo senso mi associo all’appello lanciato da Roberto Saviano, e raccolto da Michela Murgia e da altri personaggi più o meno pubblici.

Un appello che ci invita a non tacere, a confrontarci sulla delicatissima fase politica e civile che vive il nostro Paese. Non è un richiamo velleitario, vagamente ‘radical chic’ come qualcuno l’ha voluto liquidare. È un appello che ci pungola a riappropriarci della capacità di discutere, dal basso, della nostra vita. Ripartiamo dal livello zero della politica. Dal dialogo. Dal confronto. Dalla voglia di parlare e parlarsi, denunciando anche quello che non va. E ci sono molte cose che non vanno. Come, solo per fare un esempio, il proliferare di fake news soprattutto intorno a temi delicati cui accennavamo sopra.

Nei giorni scorsi un articolo di Famiglia Cristiana ha demolito, numeri e dati alla mano, l’idea secondo la quale sarebbero gli immigrati a delinquere di più. Un falso che qualcuno sbandiera per alimentare un consenso basato sulla paura. La vera delinquenza, in questo caso, è di carattere politico, perché si gioca su terreni molto pericolosi. E le forze che sostengono questa Governo ci hanno abituato a un menù quotidiano fatto di slogan, annunci, proclami.

Il governo gialloverde ci aveva promesso trasparenza, discontinuità, un futuro radioso. I primi decreti, nei fatti, stanno smentendo i loro stessi slogan dimostrando l’inadeguatezza e l’incapacità di trovarsi dalla parte di chi deve governare.

Tutto questo non cambia di una virgola la necessità, da parte nostra, di avviare un percorso di profonda autocritica per capire ciò che ci ha portato in questa situazione. Ma è un cammino che dovremmo fare in parallelo con un’altra priorità: quella di fare opposizione in maniera seria, forte, costruttiva. C’è in ballo in futuro della nostra democrazia. Davide Casaleggio nei giorni scorsi ha dichiarato candidamente che forse il parlamento in futuro sarà inutile.

Per noi, invece, l’esercizio della democrazia, della sua rappresentanza è ancora importante. È tutto vorrei dire, soprattutto per i più deboli e per chi si trova ad affrontare, nel quotidiano, le difficoltà della vita vera. Non di quella che si nasconde dietro un blog per dettare la linea e gestire il potere giocando sulle paure della gente. Ripartiamo dai nostri valori e dalle nostre comunità per ridare al nostro Paese una guida seria e credibile.

Facciamolo presto e facciamolo bene.

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