Pane quotidiano

Un tir con il vetro della guida sfondato. Un albero di Natale incastrato tra i vetri. Di nuovo il volto di una giovane italiana che lavora all’estero, stavolta a Berlino, vittima di quella follia terrorista omicida.

Aleppo, Migliaia di bambini intrappolati sotto assedio. La tregua è fallita, ed il regime siriano ha ripreso il controllo di questa città. Le notizie, però, devi cercarle ostinatamente perché sulle prime pagine non le trovi.

Palazzo Salimbeni, sono ore drammatiche per la Banca MPS. Si chiude la finestra per la ricapitalizzazione e le risorse attese dagli investitori stranieri non sono arrivate. Il Parlamento vota, con larghissima maggioranza, l’autorizzazione ad accrescere di 20 mld il debito pubblico attraverso l’emissione di titoli, a titolo cautelare, per preparare l’intervento sul sistema bancario.

Le luci di Natale, lo scambio di doni, sullo sfondo, contrastano con tutto questo e molto altro.

Si fa fatica ad immaginare festività serene mentre il mondo è in ebollizione e l’incertezza è il pane quotidiano delle famiglie. L’incertezza economica, politica, sociale.

E’ qui che siamo, e lo schiaffo degli italiani al referendum del 4 dicembre è chiaro, anche se il merito del quesito appare l’ultimo dei problemi in un album già sbiadito.

Eppure c’è un nesso fra tutto ciò. Un nesso enorme perché quel voto è stato innanzitutto un voto politico, un urlo al Governo, al Premier e a noi tutti, alla sinistra. Un urlo gridato da chi non vede nella propria vita la differenza determinata da quegli zero virgola di Pil. Pil che pure ha visto una inversione di tendenza, decimali sui quali abbiamo tanto dibattuto in occasione del Def. Impossibile non fermarsi sul dato dei giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno quasi in blocco votato No. Se scorriamo i dati Inps vediamo che nei primi dieci mesi del 2016 le assunzioni stabili sono calate del 32%, rispetto al dato del 2015. Nello stesso periodo, però, sono stati venduti 121 milioni di voucher. E’ in atto un aggravamento della precarizzazione del mercato del lavoro. La precarietà, le incognite e spesso, una valigia, sono pane quotidiano per una intera generazione. Valeria, Giulio, Fabrizia. Abbiamo conosciuto i loro bei volti dopo tragedie e violenza. Pensi alle loro storie e trovi ancora più inadeguate e fuori luogo le parole del Ministro del lavoro, appena riconfermato.

Ed ancora, il voto del Sud. Impressionante nella sua nettezza.

All’assemblea nazionale del Pd di domenica scorsa Renzi ha ammesso la sconfitta, ha riconosciuto alcuni errori, ma la mia opinione è che quella relazione, che ho apprezzato per i toni nuovi che l’hanno caratterizzata, non ha toccato in profondità le ragioni della nostra sconfitta e non la supereremo migliorando la nostra presenza sul web. Una sconfitta che esula dal merito del referendum. L’ex Premier si è dimesso, assumendosene con coraggio e coerenza tutte le responsabilità. Il Presidente della Repubblica, con grande responsabilità, ha gestito la crisi di Governo in tempi brevissimi ed in pochi giorni abbiamo votato la fiducia al governo Gentiloni.

Il neopremier ha dato messaggi importanti: priorità alle esigenze economico sociali del Paese, ruolo del Parlamento nella nuova legge elettorale, appello ad abbassare i toni nelle istituzioni e nel Paese. Parole che ho apprezzato molto. Il Governo, ne sono certa, farà del suo meglio. Ma al suo interno ci sono presenze francamente non opportune dopo quel voto referendario.

Adesso abbiamo sul piano delle politiche alcuni mesi di lavoro in cui sarà davvero necessario essere concreti e all’altezza degli impegni presi. Su questo saranno misurati Governo e Parlamento. Sul piano politico nazionale abbiamo la necessità dimostrare se il Pd è la forza politica che può tornare a rappresentare pienamente la vita di milioni di cittadini che non ce la fanno, di una generazione di giovani italiane e italiani che non trovano il loro futuro nei confini del paese, e molto altro. Perché questo dovrebbe essere il pane quotidiano della più grande forza di sinistra in Europa.

Il 50esimo rapporto del Censis presentato alcuni giorni fa fotografa un Paese in cui i giovani sono più poveri dei genitori. I cosiddetti “millennials”, le generazioni tra i 18 e i 34 anni, hanno un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media. Rispetto a venticinque anni i giovani di oggi hanno un reddito inferiore del 26,5%, mentre per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%. Il reddito medio da pensione è passato da 14.721 a 17.040 euro (+5,3%) tra il 2008 e il 2014 e 4,1 milioni di pensionati hanno prestato ad altri un aiuto economico. A questo si aggiunge una paura da parte degli italiani ad investire, che la dice lunga sui timori rispetto al futuro. Dal 2007 ad oggi gli italiani hanno accumulato liquidità aggiuntiva per oltre 114 miliardi di euro, “un valore superiore al Pil di un Paese intero come l’Ungheria” come dice il Censis. Risparmi messi sotto il mattone o usati per aiutare i giovani più poveri. Ed è su questi numeri, su queste paure che dovremo lavorare.

Continuo ostinatamente a pensare che per uscire dalla cornice della crisi, delle incognite e delle paure in cui siamo imprigionati, quella globale, europea e quella di casa nostra, ci sia bisogno di una sinistra che torni a rappresentare pienamente persone, bisogni, sfide ed una idea di modernità che non è scandita solo dalla velocità dei tempi, ma dalla profondità delle risposte, dalla ricomposizione di una relazione di senso tra Paese reale e classi dirigenti. Una relazione che si è interrotta, nonostante importanti buone cose fatte in questi mille giorni di Governo Renzi, perché viene da lontano. E le risposte servono.

Per questo, assieme ai grandi nuvoloni che vedo all’orizzonte, voglio evidenziare anche le luci sui cui lavorare, a partire da quanto si muove a sinistra, compresa l’iniziativa di cui sono protagonisti Pisapia e Zedda. Un’iniziativa che punta alla nascita di una rete di persone oggi fuori dal nostro partito che vogliono ricostruire, assieme al Pd, le condizioni affinché il centrosinistra ricostruisca quella relazione e sia nuovamente la formula di Governo in questo Paese, e del resto è cosi a Milano e Cagliari, a differenza dei pasticci combinati in qualche altro appuntamento amministrativo che gli elettori hanno punito severamente.

Le iniziative già promosse da Gianni Cuperlo assieme ad altri, a Milano, a Bologna, hanno visto una partecipazione straordinaria. Tutte quelle persone, spesso rimaste anche fuori perché i locali non riuscivano ad accoglierli tutti, non erano lì ad acclamare un leader, ma a cercare un senso per il loro impegno. Erano lì per tornare a fare un ragionamento sul futuro, assieme ad esponenti che non proiettavano solo slides di persone “vincenti”, ma raccontavano il Paese reale. Erano lì perché non si rassegnano all’idea che in Europa non ci sia più una sinistra riconoscibile, che si debba necessariamente governare con la Merkel o domani con Fillon per arginare le forze xenofobe e populisti.

Cuperlo nel suo bell’intervento all’assemblea del Pd  si è chiesto quali siano oggi in Italia, in Europa, le forze reali capaci di guidare l’Italia fuori dalla crisi, ed ha chiesto che si svolga presto un congresso, prima di tornare al voto. C’è bisogno di una grande, forte immersione nel Paese, non di chiudersi nelle prove di forza ai gazebo per incoronare un capo. Perché un capo si trova, ma da solo non vince ed è il tuo popolo che devi ricostruire, e quello lo fai solo se torni a edificare una comunità caratterizzata da progetti condivisi e da una passione che ti muove per quello, non per la mera fedeltà ad un leader. Di quella comunità per me fanno parte anche quei tre milioni di cittadini che hanno firmato i referendum della Cgil, ne fanno parte i ragazzi che in questi giorni hanno risposto al Ministro Poletti, ne fanno parte coloro che si sono allontanati perché non ci riconoscevano più, ma credono ancora che la sinistra sia la strada unica per garantire la democrazia ed i diritti.

L’esito referendario ha purtroppo consegnato alle forze populiste di questo Paese un risultato politico. Un risultato, se guardiamo il dramma del Comune di Roma assai immeritato, ma così è. Ho già scritto anche in un articolo che è tempo di tessitori, e lo credo sinceramente, anche per questo le parole inaccettabili di Giachetti mi sembrano l’esatto contrario di ciò che ci serve.

Il referendum è alle nostre spalle.

Voteremo presto, non c’è dubbio. Dopo la scrittura di una legge elettorale adeguata.
Ma prima del voto io ritengo che abbiamo la necessità irrinviabile di una discussione vera da svolgere, perché prima di chiedere un voto chiaro all’Italia, dobbiamo sapere e poter dire cosa è davvero il nostro Pd, un Pd che deve scrivere una nuova rotta.

Cari e care nei miei auguri per queste festività ho scelto un pensiero di Bobbio che mi pare colga bene lo spirito del tempo “Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantasticata e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale”. (Elogio della mitezza, N.Bobbio)

Vorrei fare un augurio grande a tutti noi: vorrei che si aprisse l’anno della mitezza, che le parole venissero pesate, che l’ascolto tornasse a prevalere, che la parola insieme avesse caratteri più marcati del termine contro, che la lealtà, la progettualità e la speranza fossero i campi su cui investire le nostre migliori energie.
Dipende da noi.

I miei più cari e sinceri Auguri

Susanna Cenni

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