Quei valori non negoziabili

Mercoledì l’Aula ha commemorato le vittime della tragedia di Mottarone. In questi giorni – dopo il dolore, il cordoglio e la commozione provati di fronte a quelle immagini – si sta insinuando nel mio animo la rabbia, tanta rabbia. Abbiamo divorato le notizie, ascoltato i tecnici parlare della tecnologia vecchia, controlli forse non accurati, fatalità impossibili, un chiaro contesto colposo e invece, da poco più di 24 ore, sappiamo che la verità è un’altra ed è molto peggio, è sconvolgente. Il proprietario, il direttore e il capo operativo del servizio, adesso in stato di fermo, avrebbero manomesso il freno di emergenza consapevolmente, per non fermare il servizio nei giorni in cui tutti vogliono stare all’aperto, desiderano tornare in vacanza, a contatto con la natura, con luoghi magici; lo avrebbero fatto, insomma, per non perdere l’occasione della riapertura.

Allora è difficile non pensare a quella griglia di sicurezza manomessa, nell’orditoio di Montemurlo che si è portato via la giovane vita di Luana, solo pochi giorni fa.

Non perdere turisti nel primo caso, non perdere tempo nel secondo: di fronte a queste scelte ci sono 14 vittime, un bambino gravissimo senza più la sua famiglia e c’è anche Luana con i tanti altri morti sul lavoro, troppi.

I tempi, i margini di reddito, i tagli. Sul personale, sulle retribuzioni, sulla sicurezza. È questo il filo rosso che ci riporta alla mente il crollo del ponte Morandi, i tanti ponti provinciali sgretolati per incuria o mancanza di manutenzioni, ma anche i treni, i vecchi pullman per l’autotrasporto su cui si fa viaggiare un solo autista, sempre per risparmiare. È un elenco infinito. Ieri sul Manifesto Marco Omizzolo, in uno degli innumerevoli capitoli sull’agro pontino e sullo sfruttamento dei braccianti, ci raccontava come i lavoratori venissero obbligati a usare sostanze dopanti e psicofarmaci per non sentire la fatica.

Quanti racconti come questo potremmo raccogliere? Tanti e forse sarebbe utile farlo. Potremmo ricordare, allora, anche la pratica delle dimissioni in bianco e molto altro.

Il tema però è uno, è sempre lo stesso e accomuna tutte queste storie: è il tema delle diseguaglianze economiche e sociali, del valore delle persone.

Abbiamo discusso a lungo sulla ripartenza di questo Paese, sul PNRR e su quei 230 miliardi da investire, ma deve esserci un prerequisito a monte di tutto ed è la centralità del valore delle persone, degli uomini e delle donne, della loro sicurezza, la qualità delle loro vite e del loro lavoro.

Se abdichi, se rinunci, se il reddito è la priorità assoluta, se il valore della vita diventa negoziabile, noi non siamo più una comunità civile. E non c’è niente di edificabile sulla disumanità, proprio niente. È da lì che bisogna ripartire. Lo dico per tutti noi, nessuno escluso.

Riguarda il Paese, il Governo, le rappresentanze economiche. Riguarda la sinistra.

In questi giorni la proposta di Enrico Letta sulla dote ai diciottenni  e la tassazione di solidarietà sulle successioni per patrimoni oltre i 5 milioni di euro ha visto reazioni non all’altezza che, con preoccupante sufficienza, sono andate dal “benaltrismo” alla banalizzazione di chi sostiene che «10.000 euro sono una mancia». Il Ministro Andrea Orlando, che sta assiduamente lavorando per riordinare forme contrattuali e il vasto e differente insieme degli ammortizzatori sociali, ha raccolto la preoccupazione dei sindacati, proponendo una nuova proroga al blocco dei licenziamenti (proposta poi rimodulata dal Consiglio dei Ministri). La reazione stizzita e l’attacco di Confindustria sono stati, a mio parere, ingiustificabili. Eppure, è chiaro a tutti che in questo solo ultimo anno la perdita di posti di lavoro ha già raggiunto numeri pesantissimi (945.000 a febbraio, rispetto al febbraio precedente) nonostante blocco licenziamenti, cassa integrazione, reddito di emergenza. A pagare, soprattutto, sono stati i giovani e le donne. La povertà assoluta nel 2020 registra un milione di persone in più, in modo particolare al nord, e il fenomeno della povertà alimentare tocca livelli record.

Ci siamo detti che qui sta il centro della sfida: ridurre i divari. Ma non basteranno le risorse del Recovery Plan, i progetti o gli investimenti. Serve prima di tutto un’idea di Paese e serve una cultura nuova e radicante che cambia le nostre teste, i nostri comportamenti, la nostra identità.

In questi giorni uscirà il libro del Segretario, Enrico Letta, dal titolo «Anima e cacciavite». Ne ho letto qualche stralcio anticipato dai giornali: parla di una sinistra sconfitta perché sfuggita dal confronto con il disagio. Sarà interessante leggerlo, ma ancor di più sarà fondamentale mettere in pratica questo cambiamento.

Perché se non raccogliamo questa sfida – la centralità della sfida sociale che le donne chiamano la “cultura della cura” e che altri hanno iniziato a definire impact economy con gli approcci culturali, politici, ideali che rimettono al centro gli esseri umani, la terra, il futuro – allora non ci saranno piani e risorse capaci di farci andare avanti. Se non raccogliamo questa sfida, non ci sarà un futuro. Non ci sarà una sinistra.

Perché nel ruolo di megafono del disagio abbiamo già tanti attori. Ma il compito di cambiare la storia è proprio della sinistra. E il ciak è già stato dato.

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