“Terra: un’eredità con cui fare pace”: il mio intervento all’iniziativa “Pane quotidiano” – Roma 2 Marzo 2017

“Le donne erediteranno la terra” è il nuovo romanzo di Aldo Cazzullo.

Dice Cazzullo “lo sappiamo benissimo, sono millenni che ci organizziamo per sottomettervi, ma quel tempo sta finendo, comincia il tempo in cui le donne prenderanno il potere”

Secondo Cazzullo “questo sarà il secolo del sorpasso, e le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte, perché le donne sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura, ed è il momento di prendersi cura della terra e degli esseri umani, che non sono immortali. Non sarà un cambio di genere, ma un modo diverso di fare le cose” continua.

Io non so se ciò che il brillante Cazzullo scrive, scorrendo storie e racconti femminili di vita vera, così come storie di eroine immaginarie, si realizzerà, ma è certo che le donne sono portatrici di un modo diverso di fare le cose, anche nel loro rapporto con la terra.

Un rapporto differente.

Non sono immortali.

E’ vero, non lo sono gli esseri umani e purtroppo nemmeno la terra.

E mai come in questi tempi il tema di una terra in cui può diventare molto difficile vivere è stato in campo, davanti agli occhi di tutti, cosa concreta. Una clessidra, un orologio con il suo tic tac.

C’è stata Cop 21

Ci sono stati gli impegni veri assunti, sottoscritti.

Ancora un seguito in nord Africa con un aggiornamento di quegli impegni.

Ma siamo purtroppo anche di fronte alla novità di un nuovo rischio di annullare gli sforzi compiuti. E il rischio più grande di rimettere in discussione ogni impegno sul clima, guarda caso, viene da un uomo. Un uomo che ha sconfitto una donna nella corsa alla Casa Bianca, un uomo maschilista, razzista, sovranista, che ha generato una storica mobilitazione avversa delle donne americane, un uomo che dopo giganteschi passi compiuti dal suo predecessore, sta rimettendo l’orologio indietro.

L’orologio intanto scandisce il tempo rimasto a questa Terra.

Le donne possono evitare questa catastrofe?

Non siamo eroine, nessuna di noi lo è, ma e certo che le donne stanno caratterizzando da tempo il loro rapporto con la terra, con il cibo, con la vita che ne scaturisce.

Lo stanno facendo in agricoltura, nel loro ruolo di madri, come ambientaliste, come insegnanti, come studiose, come cittadine.

Questa relazione è rappresentata, certo, dai numeri, dalle tante donne impegnate in agricoltura di qualità (e non è un caso che alcuni modelli agricoli più orientati alla multifunzionalità, alle filiere brevi, alla fertilità del suolo hanno resistito meglio alla crisi), nel biologico, spesso,molto spesso le vere animatrici dei biodistretti, o di aggregazioni civiche che ragionano sull’agricoltura urbana, sulla filiera corta, sulle mense scolastiche, sulle filiere corte e sullo spreco alimentare.

Perché lo fanno? Non credo per convenienza, anche se non c’è una divaricazione tra la qualità e la competitività, (anzi..) .

Lo fanno con convinzione innanzitutto. Insegnati, mamme, cuoche, e donne che non rientrano in nessuna di queste categorie.

Io credo che le donne stiano rappresentando in questo tempo le sentinelle di un cambiamento già in atto, sui consumi, sulla percezione della necessità di mutare stili di vita, di comprendere l’essenza del cibo, della sua provenienza.

In questo impegno c’è la convinzione di condurre una battaglia per tutti, e innanzitutto per le generazioni che verranno.

“Un diverso modo di fare le cose”, e la consapevolezza che per cambiare le cose non si può che partire da se stesse.

Era scritto nella carta di Milano :”affermiamo la responsabilità della generazione presente nel mettere in atto azioni, condotte, scelte che garantiscano la tutela del diritto al cibo anche per le generazioni future”.

Sarebbe interessante dopo due anni fare il punto sugli impegni dei Governi, degli Stati, ma è certo che le donne quelle azioni le stanno mettendo in atto nei loro comportamenti che già denotano un cambio di paradigma.

Penso al grande impegno delle donne sulla biodiversità. Ne ho incontrate tantissime durante il lavoro per la redazione di quella che è diventata la legge 1 dicembre 2015 n. 194. Ne ho incontrate anche dopo per la sua presentazione, per la sua conoscenza. Imprenditrici, donne medico, accademiche, donne impegnate per la tutela di terra ed ambiente. E sono rimasta colpita di quanto l’amore per la cura dei semi, il recupero di frutti, varietà, animali vada oltre le addette ai lavori. Mi

ha colpita leggere l’editoriale della direttrice di una rivista di cucina, sulla legge.

Non ho conosciuto solo donne che selezionavano e riproducevano semi, che li cercavano e ne cercano tutt’ora, come Isabella della Ragione, che percorre chilometri nelle campagne sperdute alla ricerca di memoria, frutta, e semi da recuperare, ma donne, che hanno creato e trasformato le loro passioni e le loro professioni, che hanno insegnato agli chef a inserire fiori nei loro menu, che

preferiscono avere produzioni limitate nella quantità, ma non tradire disciplinari e tradizioni per non tradire i loro consumatori.

Ed ancora saperi, ricercatrici, scrittrici, registe, mamme, amministratrici,

C’è una “chiave delle donne” nel leggere il pianeta, la terra e il cibo, è la chiave che apre lo sguardo alla varietà dei sistemi alimentari, alla piccola scala, al rifiuto della cultura dello scarto, delle monocolture..

E’ la chiave che serve per superare grandi dilemmi di questi tempi.

Il recente rapporto Oxfam sulle diseguaglianze mette tra le sfide la necessità di accorciare e superare la diseguaglianze di genere.

Oxfam, Stiglitz, Piketty, chiedono di procedere concretamente ad una svolta sulle politiche economiche e sociali rimettendo al centro le persone “human economy”, io preferisco dire gli uomini e le donne.

Riparare il pianeta è quanto si rende necessario.

Riparare ciò che abbiamo ereditato dagli uomini.

Le donne rappresentano il 43% della forza lavoro agricola mondiale, ma meno del 20% dei proprietari terrieri.

Gli obiettivi di tutte le organizzazioni internazionale da tempo chiedono di investire sulle donne, facilitare il loro accesso alla terra significa combattere fame e sottosviluppo. Gli studi della banca mondiale ci dicono che in molti paesi dell’Africa sub sahariana la produzione alimentare potrebbe aumentare dal 10 al 20% se solo le donne avessero meno ostacoli da superare.

La Fao affermava nel rapporto sullo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura che il numero delle persone che soffrono la fame potrebbe ridursi di “milioni di unità”, e quel rapporto afferma che i rendimenti degli appezzamenti coltivati dalle donne sono spesso più bassi non perché coltivino peggio, ma perché non hanno accesso agli stessi fattori produttivi degli uomini.

Mettere al centro l’agricoltura contadina, significa evidenziare la spina dorsale del sistema alimentare globale che utilizza pratiche agronomiche conservative, di basso impatto ambientale, che vive in un forte radicamento locale, in contesti familiari o di Comunità.

Negli Obiettivi di sviluppo sostenibile (che hanno sostituito gli obiettivi del millennio) che si propongono lo sradicamento della povertà esatte entro il 2030, si indica esplicitamente la necessità di “rafforzare i diritti delle donne in materia di proprietà terriera” oltre a favorire formazione, ricerca, accesso ai fattori produttivi.

Le donne coltivano la terra, ma non la possiedono.

Ne hanno cura, ma per lungo tempo non esistevano come titolari di impresa,

Erano trasparenti, ma indispensabili.

Ciò che abbiamo è l’eredita di una epoca antropocentrica.

Oggi la critica all’antropocentrismo esasperato, affrontata anche dalla enciclica nella parte che analizza la sua (dell’antropocentrismo) relazione con la terra, è chiave di lettura che riguarda le donne, perché se, come Francesco invita a fare, “risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente significa risanare tutte le relazioni umane fondamentali” allora il tema del rapporto tra i generi dell’accesso delle donne alla terra, è una strada che e’ necessario percorrere.

Necessario per non rendere irreversibile quel processo di autodistruzione

Concludo, come ho iniziato facendo riferimento ad un libro.

Vandana Shiva, titola il suo ultimo libro “Salvare la terra”, parla prima di tutto della sua India, ma come sempre del mondo e di casa nostra.

Dei rischi legati a clima, inquinamento, manipolazione genetica, potere delle finanze e di come tutto ciò sia manipolato e possa influire sulla democrazia, sulle nostre vite, è per tutto questo che occorre cambiare.

Ma noi? Noi che siamo qui, come possiamo salvare la terra?

Io credo che a modo nostro, anche con le parole di oggi lo stiamo facendo.

Voglio concludere raccontandovi un sentimento, quello nato da uno dei tanti incontri di “Donne in campo”, della Cia che ci ospita oggi.

Eravamo all’ Expo, nel padiglione We Women Expo. Le donne della Cia premiavano le loro imprenditrici che avevano investito in biodiversità. Donne da tutta Italia, di tutte le età, tante e differenti.

Donne che raccontavano la loro scommessa giocata con la terra.

Mi hanno colpito i loro occhi, la loro spigliatezza o la loro paura, quel filo comune fatto di piedi sulla terra e di mani nella terra.

Ed ho preso nota delle loro parole, quelle con cui si sono raccontate:

Scommessa, ostinazione, rete, sinergia, senso dell’etica, sfide impossibili, solidarietà, senso della realtà , seme, varietà, biodiversità, energia, fertilità, biologico, rotazione, pazzia, valori, più in alto, orgoglio, amore, in grande, insieme, terra..

Parole forti, potenti.

C’era e c’è una straordinaria potenza in tutte loro, e in tutte noi, che siamo qui ancora a formulare parole ed atti che riguardano la terra.

Tutte donne che non si sono fermate e non si fermeranno.

Le donne non si fermano perché camminano..nonostante.

La potenza va trasformata in potere.

Solo così salveremo la terra.

 

Susanna Cenni

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