Un congresso aperto, che parta da una seria e condivisa riflessione sui contenuti

L’esigenza di convocare presto il congresso del Partito democratico si fa sempre più nitida e diventa sempre più chiaro che stavolta non potrà essere soltanto una giornata di chiamata al voto per scegliere il candidato preferito alla segreteria, così come non potrà ridursi tutto a una mera ratifica di qualche caminetto. Affrontarlo con questo spirito lo renderebbe inutile e addirittura dannoso per il nostro partito, che adesso ha bisogno di forza, energie e fiducia per rigenerarsi. Il congresso dovrà essere prima di tutto una costituente delle idee, aprendo la strada della partecipazione e dell’ascolto, a partire dai nostri iscritti, dalle strutture di base.
Da settimane, ogni sera, ci rechiamo nei circoli per incontrare iscritti ed elettori, nei momenti di riflessione promossi dai Giovani democratici e dai coordinatori di circolo, e sentiamo bene la fortissima reazione agli avvenimenti che hanno caratterizzato le prime settimane di legislatura, il voto che ha affossato Prodi e la nascita del Governo Letta. Si respira un clima misto di rabbia, delusione e paura. Rabbia per il risultato elettorale e il tradimento; delusione per la nascita di un governo con il Pdl che rischia di ripetere l’esperienza pesantissima del sostegno al Governo Monti; paura della scomparsa dell’identità di un partito di centrosinistra e di una visione del Paese nitida, una visione capace di aggredire e declinare in modo innovativo ed efficace i temi dell’equità, dell’uguaglianza, del lavoro e del futuro.
Per questo serve un congresso basato su un reale confronto politico e culturale dal quale dovrà emergere chiaramente che cosa è la comunità del Pd, e chi vuole rappresentare. Dobbiamo lavorare da subito alla creazione di una grande formazione politica che abbia l’ambizione di restituire dignità alla politica stessa e ai partiti dopo una stagione deflagrante. Non è vero che i partiti hanno perso la loro funzione storica: c’è un grande bisogno di rappresentanza in un momento di debolezza economica e sociale come quello che vive il nostro Paese, c’è un fortissimo bisogno di partecipazione, c’e bisogno di un partito che non guarda solo se stesso e le sue dinamiche, ma che si apre a nuove energie. La crisi rende la società più atomizzata e individualistica, e ciò ha portato al successo alcuni movimenti che si staccano dalle logiche politiche e democratiche.
Per poter realizzare il progetto di un nuovo e più forte Pd è indispensabile aprirsi alla società, includendo un numero sempre più ampio di uomini e donne nella vita del nostro partito, non solo nei momenti di voto, allargando il tesseramento e restituendo protagonismo decisionale alla base. Ecco perché il congresso, stavolta, deve partire dai circoli, iniziando il suo percorso con la discussione su contenuti, documenti, visioni e modello di partito. Non possiamo permetterci di fare un congresso solo per scegliere un singolo, rischieremmo di perdere per strada persone ed energie già esauste per la balcanizzazione correntizia e personalistica che ha contraddistinto buona parte dei guai del Pd nazionalmente e localmente.
Il Partito democratico deve finalmente essere in grado di rappresentare una sinistra moderna e riformista che in Italia e in Europa possa contribuire a uscire dalla crisi proponendo un modello di sviluppo che non sia quello che ci ha portato dentro ad una crisi così grave. Per fare questo il Pd deve cambiare profondamente inaugurando una stagione di partecipazione diffusa nei circoli, in rete, sui documenti congressuali, su porzioni di programma e opzioni, in modo da dare la possibilità concreta a iscritti ed elettori di partecipare alle decisioni, emendando, plasmando, contando. Cambiare significa anche consegnare agli archivi le modalità autoreferenziali che hanno trasformato gli organismi dirigenti in circuiti chiusi ed esclusivi, preferendo la fedeltà alla lealtà nelle relazioni e che nemmeno nella nostra Toscana hanno dato un buon esempio. Cambiare significa, infine, modificare i linguaggi, avvicinarsi alle persone e non avere paura del Paese e della rabbia che oggi c’è. È dalle persone che dobbiamo ripartire per creare il partito democratico che vogliamo.

Susanna Cenni, Marco Filippi, Filippo Fossati, Maria Grazia Gatti, Maria Grazia Rocchi, Elisa Simoni, deputati e senatori Pd

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    1 commento


    1. Le riflessioni che fate vanno bene,credo però che oltre a darsi una IDENTITA’ ci sia anche bisogno di dirsi dove si vuole andare. Una sinistra nuova e riformista: C’è la necessità di capire i contenuti ed i valori.Nelle enunciazioni siamo d’accordo,ma deve essere chiaro come si concretizzano le idee ed i progetti per il lavoro,la scuola, la ricerca,la sanità,l’ambiente,la partecipazione,i circoli,la gestione delle municipalizzate ecc.ecc.ultimamente la politica, anche la nostra in questo senso è carente e chi ha problemi non è più disponibile ad ascoltare i BLA’ BLA’ BLA’ è semplicemente arrabbiata!!! in conclusione “Io speriamo che me la cavo”.

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