Un fiore e una candela, anche così si può generare una rivoluzione culturale

Vi propongo qui sotto, l’editoriale ospitato su l’Unità di giovedì 17 novembre:

“Femminicidio e violenza sulle donne stanno ovunque, non ci sono zone franche. E nei giorni scorsi anche la mia città, nella pacifica provincia senese, ha contribuito ad allungare la contabilità delle donne uccise da uomini. La vittima una giovane donna di 21 anni, Ionela Raluca Sandu: rumena, arrivata in questa terra per cercare una strada nuova, lavorare e aiutare i familiari. Una strada, che per il momento si era fermata in un locale notturno. A ucciderla un uomo con il doppio della sua età, che le è passato sopra con il suo furgone. Saranno gli inquirenti a dare, nei prossimi giorni, la ricostruzione dettagliata, che non cambia né l’esito tragico, né il fatto che, ancora una volta, una donna muore per mano di un uomo, e non perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. La notizia ha ovviamente occupato le cronache locali, e anche in questo caso il circo mediatico ha fatto i suoi danni, con titoli, definizioni e approssimazioni che meriterebbero una seria riflessione dal mondo giornalistico. La morte ha colpito una famiglia, gli affetti di amiche e colleghe, e brucianti sono state anche le ferite di alcuni titoli.

Per non lasciare sola Ionela, per attutire il dolore che può diventare più grande quando ti senti straniero in una terra che non è quella in cui sei nata, per dire no alla violenza sulle donne, ovunque e sempre, con un gruppo di donne, di cittadine di Poggibonsi, abbiamo promosso una veglia, che in 24 ore, con la sola potenza domenicale dei social, è cresciuta e ha invitato donne e uomini a esserci, a portare un fiore, una candela sul luogo della morte. La città ha risposto, quel silenzio che poteva annegare nel racconto stereotipato, è stato squarciato da tante donne e uomini con una rosa, una gerbera, un tulipano, da figure istituzionali giunta da sole in privato, senza riflettori, che, mano a mano, hanno raggiunto quel piazzale di ghiaia vicino a un laghetto di pesca sportiva che, a tarda sera, è risultato meno buio e meno freddo, per il calore che la solidarietà e la presenza, anche silenziosa e discreta, possono generare.

Lei era qui per lavorare, era una brava ragazza, lo dica per favore, lo dica“, mi hanno detto le sue colleghe del locale. E ancora il sorriso di una bella signora, anch’essa rumena: “Sa io da anni sono qua, mi occupo di un anziano e di un ragazzo portatore di handicap, sto bene in questa città, mando a casa un po’ di soldi, come faceva quella ragazza lì. Ogni lavoro è dignitoso, e stasera vedervi tutti qui per noi, ecco è la prima volta che vedo tanta gente per una di noi, è una bella cosa”.

A volte i gesti più banali, anche quelli personali, possono squarciare muri. Se un gruppo di cittadine in 24 ore può mobilitare coscienze e solidarietà, senza troppe domande, senza proclamare soluzioni, io credo che ci sia speranza. Speranza perché la violenza contro le donne può essere sconfitta se lo vogliamo non solo con le leggi e con la loro applicazione, ma prima di tutto generando una rivoluzione culturale che modifica i comportamenti e fa crescere nuove generazioni capaci di riconoscere e misurarsi con la libertà femminile. La nostra provincia italiana può reagire con le barricate di Gorino, ma per fortuna può essere molto altro.

Servono gesti, serve attenzione, serve una politica che torna a immergersi in quella quotidianità umana che rischi di non vedere più se sei troppo preso dall’idea che solo la comunicazione è lo strumento per raccontare chi sei e cosa rappresenti. E spesso è in quella quotidianità sommersa che la violenza sulle donne cresce e perpetua i suoi scempi”.

Susanna Cenni

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